Sabbia e cemento

Fotografo: Antonio Faccilongo
Storie di vita e di povertà all’Idroscalo di Ostia. La lotta per la sopravvivenza degli abitanti della foce del Tevere.
C’è un angolo di Roma dove il tempo sembra essersi fermato a 60 anni fa, quando i primi trasteverini scelsero un fazzoletto di sabbia alla foce del Tevere per costruirvi la  propria casa al mare. Erano piccole baracche di legno con il tetto in lamiera. E così sono rimaste ancora oggi.  Nonostante l’Idroscalo di Ostia richiami alla memoria l’omicidio di Pier Paolo Pasolini e i delitti della Banda della Magliana, questo borgo abusivo ospita una comunità coesa, in continua lotta contro il progetto di espansione del porto turistico e il conseguente sgombero della zona. Oggi gli stranieri convivono senza conflitti accanto agli italiani vittime della crisi: molti hanno dovuto trasferirisi nelle case costruite dai loro genitori. Pagano le utenze di luce e acqua. I vicoli sterrati, che in inverno si allagano a causa delle mareggiate hanno la toponomastica eppure per il Comune il borgo è da abbattere “per ragioni di sicurezza”.  La prima tappa del progetto di riqualificazione della zona voluto fortemente dal sindaco Gianni Alemanno è coinciso, il 23 febbraio del 2010, con lo sgombero di 153 abitanti, spostati nei residence comunali per l’emergenza abitativa.  Gli altri, provano a sopravvivere come possono. C’è chi vorrebbe andar via, come Laura, 60 anni, romana di Monteverde, vittima di un gruppo di stranieri che sei anni fa le ha occupato la casa popolare in piazza Gasparri, costringendola a trovare rifugio all’Idroscalo. Molti altri non hanno alcuna intenzione di abbandonare il luogo che li ha visti nascere e crescere. (Luca Monaco)

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